Intesa Sanpaolo – Ubi: il “gigante” del credito. Ma l’Italia deve credere di più nelle persone e nel digitale…

Posted By Daniela Montalbano on Feb 22, 2020 | 0 comments


INTESA SANPAOLO – UBI: UN GIGANTE DA 1.100 MILIARDI CHE CREDE NELL’ITALIA
Se l’offerta pubblica di scambio lanciata da Intesa Sanpaolo su Ubi Banca andrà in porto, nascerà in Italia «un colosso finanziario che, per proventi operativi netti e per valore di Borsa, sarà tra i leader del settore in Europa posizionandosi, rispettivamente, al settimo e al terzo posto nella graduatoria continentale», scrive il Sole 24 Ore.


I numeri espressi da questo “gigante del credito”, fanno paura: 1,1 trilioni di risparmio in gestione, 450 miliardi di impieghi (quasi il 20% del Pil italiano), 500 milioni di costi e 220 milioni di ricavi, 340 milioni di spese per il personale, 5mila addetti in uscita e 2.500 assunzioni di giovani (una nuova assunzione ogni due uscite, così come previsto dal patto per l’occupazione lanciato dai sindacati all’inizio di quest’anno) e sinergie che porteranno il gruppo ad un utile di 6 miliardi nel 2022. Tutto fa ben sperare: Ubi e Intesa Sanpaolo hanno «modelli di business simili» e «condividono la stessa cultura e valori aziendali». Inoltre, «Ubi è una piccola Intesa Sanpaolo per qualità ed efficienza». Però, continua il quotidiano economico, «l’acquirente è Intesa Sanpaolo, quindi dopo la fusione il marchio Ubi non ci sarà più, perché più del brand contano le persone».


Troppa Italia in Intesa-Ubi? Il discorso è un altro: «Il colosso europeo – continua il Sole 24 Ore – volutamente punta tutto, o quasi, sul nostro Paese di cui diventa il principale forziere di risparmi e il maggiore sostenitore dell’economia reale con il credito alle imprese e alle famiglie. Inoltre, agli occhi degli investitori globali conta più la diversificazione del business che quella geografica. Quindi no: in questo piano, non c’è troppa Italia».

L’ECONOMIA HA BISOGNO DI UN WELFARE 4.0 – Il Sole 24 Ore, scrive che «l’alta tecnologia non è mai stata un punto forte dell’economia italiana. Economia che ha la sua spina dorsale nelle Pmi, che non sono big buyer di tecnologia perché più propense ad investire sul consolidato e meno in innovazione. Così si aumentano le carenze organizzativo-imprenditoriali che spiegano alcuni ritardi – non tutti, ovviamente – accumulati dall’economia italiana». E qui entra in gioco la propensione italica alla digitalizzazione: il Desi 2019, l’indice della Commissione europea che misura il grado di digitalizzazione dell’economia e della società, colloca il nostro Paese agli ultimi posti nell’Ue a 28. Inoltre: «Più della metà della popolazione italiana non possiede competenze digitali e tre italiani su dieci non utilizzano internet abitualmente; il mercato digitale della Pa è tornato a crescere dopo un lungo periodo negativo; nella sanità digitale si è investito poco più dell’1% dei 113 miliardi di euro spesi nel 2017 contro una media Ue di circa il 3%.


Se vogliamo parlare di capitale umano, l’Italia ha pochi laureati e di conseguenza occupa il fondo della classifica europea in fatto di high tech expertise. Infine, «la promozione di un Welfare 4.0 determinerebbe una crescita d’efficienza e d’efficacia delle prestazioni sociali, e sosterrebbe i servizi di mercato d’innovazione digitale. Una sorta di percorso neokeynesiano che presuppone una governance efficace tra gli attori.
Industria 4.0 è un ottimo passo, ma senza la digitalizzazione di altri dispositivi regolativi, difficilmente il Paese riuscirà a colmare i suoi ritardi».

PARLAMENTO 1861: COSI’ DIVERSO, COSI’ UGUALE A OGGI – Questa è una curiosità con la quale si è divertito Panorama: «Il 18 febbraio 1861, alla prima riunione del primo Parlamento Italiano, i voltagabbana c’erano già. E con loro il trasformismo, i conflitti di interesse e il voto di scambio».
Lasciamo a voi il gusto di leggervi le cronache di allora uscite dalla penna del polemista Ferdinando Petruccelli della Gattina: trovare tanti punti in comune tra il Parlamento di allora e quello di oggi non è così difficile. Qui ricordiamo qualche numero, che fa riflettere: in quel 1861 la Camera si compone di 433 deputati…ci sono due principi, tre duchi, 29 conti, 23 marchesi, 26 baroni, 50 commendatori, 117 cavalieri, 135 avvocati, 25 medici, 21 ingegneri, 10 preti. Si chiede “Panorama”: «Poteva quelle élite di fortunati immedesimarsi nei problemi di un Paese appena nato?». Oggi, invece, i parlamentari sono 930: 630 deputati e 315 senatori cui vanno aggiunti quelli “a vita”. Proseguendo nella lettura, si apprende che «gli Stati Uniti funzionano con 435 deputati e 99 senatori che, presieduti dal vice presidente, diventano 100. In proporzione, a noi dovrebbero bastare 104,4 deputati e 23,76 senatori. Per ospitare quell’esercito di rappresentanti non bastano Montecitorio e Palazzo Madama. Occorrono altri 42 “centri” sparsi fra Colosseo e la Città del Vaticano. Uno spazio sterminato di 250mila metri quadrati che sarebbero quattro volte il museo del Louvre. Per un doveroso paragone, al Bundestag di Berlino, i 600 deputati occupano tre edifici per 11mila metri quadrati complessivi, la ventesima parte di quello utilizzato in Italia. A Parigi, l’Assemblée Nationale si accontenta di due palazzi, uno per il lavoro legislativo degli eletti e l’altro per i servizi. A Londra, basta Westmister».

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